Leonello Giusti – I ricordi di un militare deportato in Germania

Leonello Giusti – I ricordi di un militare deportato in Germania

di Piera Salvi

dicembre 2020

Leonello Giusti, aglianese, ha 96 anni ed è uno dei tanti ex Internati Militari Italiani (IMI) che furono catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’Italia dell’8 settembre 1943, durante la seconda guerra mondiale. Racconta di essere nato a Ponte dei Bini, in una famiglia onesta ma numerosa, dove convivevano cinque figli, genitori e nonni. Nonostante le difficoltà completò le scuole elementari: fino alla terza a Ponte dei Bini, la quarta dalla suore di San Michele e la quinta a San Niccolò, percorrendo quattro chilometri a piedi, con gli zoccoli e le strade spesso allagate. Poi cominciò subito a lavorare. A 17 anni aveva finalmente trovato una fabbrica pratese del settore tessile che garantiva un lavoro sicuro, con assicurazione e versamento dei contributi.

Ma quando arrivò l’età del servizio militare fu l’inizio di anni durissimi. «Il 17 gennaio del 1943 fui richiamato alle armi, mi presentai alla stazione di Milano, c’era la ronda, ci portarono in caserma e da lì fu una tragedia» ricorda. L’8 settembre dello stesso anno, Giusti era bersagliere a Milano e durante un rastrellamento fu deportato a Kassel, nel lager numero 9. «Mi fu assegnata la piastrina numero 79304» racconta. «Eravamo più di mille uomini, tutti ammassati come animali, senza né cibo né acqua. Lavoravamo tutto il giorno. Kassel, a nord della Germania, era una città bellica. La fabbrica Fisle produceva aerei caccia bombardieri, diecimila operai in tutto vi lavoravano, non solo prigionieri ma anche tedeschi. C’era una guardia che aveva sempre un mitra puntato verso i prigionieri». Leonello di giorno lavorava in quella fabbrica, mentre la notte veniva mandato a scaricare vagoni di carbone. «Ci davano solo un filone di pane al giorno» ricorda. «Nella mia baracca eravamo una decina di prigionieri. Avevamo i letti a castello. A turno ci dividevamo il filone di pane, chi tagliava era l’ultimo a scegliere la razione. Ogni giorno la fame diventava sempre più faticosa da sopportare».

Leonello racconta toccanti episodi, soprattutto di come quei giovani internati rischiavano la vita, spesso per reperire patate per sfamarsi, come quando erano stati mandati a sgombrare delle macerie e videro in un cortile una caldaia dove cuocevano patate per i maiali. «Una notte» rievoca, «con altri tre prigionieri, uscimmo dalla baracca tagliando il reticolato e rubammo quelle patate per sfamarci. La sera successiva i miei amici decisero di tornare alla caldaia per prendere altre patate. Io non andai, non volli rischiare. Loro, purtroppo, vennero scoperti da una sentinella e non abbiamo saputo più nulla. Di solito, questi comportamenti venivano puniti con il campo di disciplina e c’era la morte». Un destino che ha lasciato nella mente di Giusti una domanda: Come mai quella sera non ero con loro?. «Un giorno un tedesco mi scoprì a mangiare bucce di patata dal cassonetto della spazzatura» racconta ancora. «Mi tirò una pedata e mi disse che ero un maiale, gli risposi che avevo fame». Questo fa capire come la fame sfiniva i prigionieri.  Vicino al lager c’era una coltivazione di patate che i contadini coprivano con paglia e terra durante l’inverno, poiché non era possibile scavare le buche a causa del gelo. E Leonello, con un amico, una notte rubò quelle patate. Il giorno dopo i contadini si accorsero del furto e reclamarono al comando. I generali tedeschi fecero controlli nelle baracche e scoprirono quintali di patate rubate. Furono trovate anche nella baracca di Giusti, nonostante fossero nascoste sotto il pavimento di legno, dove gli internati avevano creato una botola sotto una branda. Per fortuna dal settembre 1944 la situazione degli italiani internati passò dalla condizione di prigionieri a quella di civili, con punizioni meno aspre per quel tipo di furto.

Ma c’è anche il drammatico ricordo di un bombardamento alla Fisle. Era il 19 aprile 1944, alle 10, un giorno indimenticabile per Giusti. «Rimasi sotto le macerie» ricorda, «ma anche quella volta il destino mi ha favorito. Un mio amico aveva sentito il bombardamento e corse alla fabbrica. Mi trovò con un piede incastrato tra due travi di ferro, mi tolse la scarpa e mi liberò il piede. Rischiavamo che il tetto ci crollasse in testa. Un bersagliere della mia compagnia chiedeva aiuto. Non potei aiutarlo perché mi stavano portando all’ospedale. Poi venni a sapere che era morto. Da quel bombardamento il mio udito rimase molto compromesso a causa della rottura dei timpani».

Nell’aprile del 1945 finì la guerra e Leonello aveva un solo pensiero: come tornare a casa? Fu un’odissea, fino a luglio, infine un viaggio su un camion privato fino a Innsbruck, poi in treno fino a Prato e la gioia più bella: «Quando arrivai sull’argine del Calice mi venne incontro mia sorella Fiorella». Giusti ha raccontato quei tristi anni di prigionia agli studenti di terza media, della scuola Sestini di Agliana, nel Giorno della Memoria. «Se ripenso a tutto questo non mi sembra possibile, ma è accaduto davvero», dice commosso.

 

 

Sullo stesso argomento, leggi anche la storia di Giovanni Fattori.

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