Il tabernacolo di Stazione – un monumento perduto e quasi dimenticato

Il tabernacolo di Stazione – un monumento perduto e quasi dimenticato

di David Colzi

settembre 2019

Se è vero che un’immagine vale più di mille parole, ne dovremo scrivere tante per colmare questo articolo, perché la storia che stiamo per presentare non ha foto, e per giunta non si trovano notizie sulle pubblicazioni riguardanti il nostro comune. Vi raccontiamo del grande tabernacolo di Stazione, quello che era situato all’angolo di via XXV aprile e via Alfieri (in precedenza chiamata via stradelli). Eretto sopra il muro di cinta della colonica della famiglia Niccolai, venne abbattuto fra il 1963 e 1964, per allargare la strada e portarla da una a due corsie.

Noi, nei mesi passati, abbiamo interpellato enti pubblici locali, esperti di storia, collezionisti di immagini antiche, persone vicine alle comunità religiose del territorio e semplici cittadini di Stazione (fra l’altro tutti molto disponibili), ma niente, nessuno ha avuto un’immagine da darci. Pare che a suo tempo, il proposto di San Piero, Franco Leporatti, avesse scattato una foto del tabernacolo, forse l’unica, ma se ne sono perse le tracce. Insomma ci siamo imbattuti in un buco nero, dove tutto sembra essere scomparso fra le pieghe del tempo. A raccogliere con noi le ultime briciole di memoria c’è Bruno Tempestini, “Ispettore onorario della sovrintendenza archeologica per le zone di Montale, Agliana e Montemurlo”, assieme alla famiglia Gheri, residente del luogo, e a Paolo Bini, archivista della parrocchia di San Piero, che ha realizzato il disegno che vedete.

La struttura, alta da terra circa 5 metri, era a forma di edicola con due colonne laterali e all’interno della nicchia vi era una pittura raffigurante la Madonna. Per quanto riguarda la datazione, siamo costretti a “navigare a vista”: sappiamo che il grande portone di questa casa colonica, è stato fatto risalire dalla Sovrintendenza al 1700, quindi è ragionevole pensare che il tabernacolo gli sia contemporaneo, vista anche la sua struttura neoclassica, presente in altri monumenti popolari del territorio. Partendo da qui, si potrebbe ipotizzare che la pittura sia stata realizzata da uno dei Valiani, pittori pistoiesi molto attivi in zona. Comunque sia, pare che questo monumento fosse molto bello, tanto che venivano addirittura studenti a ritrarlo. Bellezza a parte, il monumento era onorato tutti i giorni dalle persone del luogo, che si arrampicavano sulle sedie per deporre, davanti alla nicchia, fiori e quant’altro e durante la ricorrenza di San Giovanni, venivano messe ciotole d’acqua con cui poi ci si bagnava il viso, in onore del santo che aveva battezzato Gesù. Altro momento importante era il periodo delle rogazioni, quando all’interno di un percorso di processione, si andavano a trovare tutti e 3 i tabernacoli di Stazione, di cui oggi non vi è più traccia, perché sono stati abbattuti uno dopo l’altro, durante i vari interventi di ammodernamento della frazione.

E, come dicevamo all’inizio, in un giorno qualunque dei primi anni ‘60, toccò a quello di via XXV aprile, spazzato via dalla vita quotidiana della comunità di Stazione, senza che ne venisse fatta una documentazione scritta, oppure scattata una foto per ricordarne l’aspetto (almeno noi non abbiamo travato nulla). Chi era presente quel giorno, ricorda ancora il disagio manifestato pubblicamente da uno degli operai, dopo aver agganciato il tabernacolo con dei cavi d’acciaio alla propria ruspa, un attimo prima di farlo schiantare a terra. Negli anni successivi, sempre in angolo, ne venne costruito un altro, molto più piccolo, in memoria del precedente, ma poi, dopo un ulteriore allargamento della carreggiata, venne tolto anche quello. Nel 1995 ne è stata realizzata un’ultima versione a futura memoria, ma non più in angolo. Di questo possiamo mostrare la foto.

Ma il primo si poteva salvare? Secondo Tempestini sì, sarebbe bastato a suo tempo fare un piano regolatore strutturato, prevedendo l’allargamento della strada dal senso opposto rispetto al muro, quando ancora nei dintorni vi erano campi e non abitazioni, quindi fino a pochi anni prima dell’abbattimento. Così la nuova carreggiata non avrebbe messo in pericolo il tabernacolo. E comunque, in extremis, si poteva rimuovere la struttura e spostarla. «D’altronde noi non abbiamo opere di Bernini o di Caravaggio,» ci dice Tempestini; «i nostri beni artistici sono quelli e li dovremmo conservare con cura. E poi si tratta della nostra storia, delle nostre radici contadine, indipendentemente dal fatto di essere o meno religiosi».

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