Ermete Innocenti – il presidente contadino

Ermete Innocenti – il presidente contadino

di Massimo Cappelli

giugno 2019

Forse non ci ricordiamo cosa significasse, nella seconda metà del secolo scorso, fare il contadino. Per il pensiero di allora intendo, quando c’era la corsa alle città, ai comfort e… all’asfalto. Quando la gente abbandonava le case secolari di campagna costruite in pietra, con grandi focolari, con muri spessi sessanta centimetri per andare a vivere negli appartamenti tirati su in due o tre mesi, costruiti a foratini, ma… con il riscaldamento e il bagno in casa… però. Quando veniva cercato il lavoro in fabbrica (che allora abbondava grazie al boom economico) volendo abbandonare a tutti i costi le campagne. Nella concezione di allora, fare il contadino voleva dire fare un mestiere di serie B e appartenere ad una schiera di sciagurati. Io credo invece che nella maggior parte dei contadini di un tempo, ci fossero: la forza del vento, la lealtà della terra e la saggezza delle stagioni. Ermete Innocenti era proprio uno di questi.

Ermete Innocenti nacque nel 1914 perciò visse in pieno tutto il ventennio fascista. Forse, avrà anche indossato l’uniforme nera da balilla o da avanguardista, come tutti del resto, ma non appena ebbe l’età per comprendere, si dissociò dal “nero” per sposare il “rosso”. Questa sua propensione per il popolo, unita alla sua indole antifascista lo portò, nell’immediato dopoguerra, ad essere uno dei fondatori della Casa del Popolo di Quarrata fino a diventarne lo storico presidente: dai primi anni Sessanta alla sua scomparsa, che avvenne nel 1984.

Grazie alla sua fermezza, al suo temperamento volitivo e deciso, e al suo grande senso di responsabilità, Ermete è rimasto un presidente fra i più apprezzati; lo manifesta il fatto che dopo la sua morte, al bar del circolo hanno tenuto esposta una sua grande fotografia per moltissimo tempo. Sotto la sua guida, fra le tante cose, ci fu l’ampliamento del bar, la realizzazione del giardino all’aperto e furono costruite sul retro, la pizzeria estiva e la pista di pattinaggio. Nacque anche la squadra di pallavolo che in quegli anni accolse numerosi giovani quarratini. Fu realizzata nei primi anni Settanta anche la nuova Sala da ballo: il mitico “Tamburo della Luna”, che per un decennio e oltre fu mèta di incontro per molti ragazzi dell’epoca provenienti anche da fuori zona. Il “Tamburo” ospitò nei suoi anni d’oro, oltre alle migliori orchestre locali, le più attuali attrazioni nazionali di allora, con i più grandi protagonisti del panorama musicale di quegli anni.

Dal 1966 al 1975 fino al periodo adolescenziale, sono stato vicino di casa della famiglia Innocenti che era composta da Ermete, sua moglie Novarina e dalle figlie Maria Grazia e Deanna. Nell’aia del “Forestieri”, così di chiamava il casolare che ci ospitava, ho molti ricordi, di bambino prima e di ragazzo poi, in riferimento a Ermete. Mi ricordo di quando gli agricoltori di allora si riunivano un giorno da uno e un giorno dall’altro, per le battiture del grano o per le vendemmie; tutti i giorni, in quei periodi, era una come grande festa. Mi ricordo anche il raduno delle donne a maggio, per il Rosario, evento non molto condiviso da Ermete, perché, da buon “mangia preti”, era più dedito all’azione, che alla preghiera. Un giorno raccontava di un suo scambio di opinioni con un prelato suo amico, il quale gli chiese il motivo della sua avversione al clero, e che differenza ci fosse, secondo lui, fra un prete e un contadino. Ermete con tutta la calma che lo distingueva gli rispose: «Te la spiego io la differenza: ogni persona comune quando perde un parente stretto piange disperato, voi, invece, ai funerali dei vostri genitori… ci cantate dietro».Ricordo anche le gite domenicali e le merende, quando con i miei genitori salivamo con Ermete e la Novarina, sulla loro Prinz NSU, alla volta del Pinone o di Bacarello, o, quando ci andava meglio, a San Baronto, al ristorante Montefiore.

Gli anni Settanta furono i tempi delle rivolte studentesche, degli scioperi e delle barricate, che con il senno di poi si rivelarono solo un cliché, una moda, un labile e lungo séguito alla concreta rivolta iniziale del ‘68. Ermete, che aveva vissuto di persona la Resistenza, parlava spesso dei fatti accaduti qualche decennio prima, ascoltandolo si percepivano la forza, la voglia repressa di Libertà e anche la rabbia verso i vecchi oppressori. Lui però, a differenza dei sessantottini, spiegava tutto con parole molto semplici, senza neologismi da intellettuale come andava di moda in quegli anni, ma con il realismo e il senso pratico che contraddistinguono il contadino.

Un ricordo comune di Ermete fra le persone che lo hanno conosciuto, è la sua concretezza e la sua solidità: un uomo tutto di un pezzo, con la sua grande dedizione al suo incarico, mettendo davanti gli interessi del Consiglio a scapito dei propri. Quando Maria Grazia seppe che il padre si era impegnato firmando e garantendo di persona per il Direttivo gli disse: «Babbo, ma come fanno le banche a darti tanta fiducia? Noi non abbiamo soldi». Il padre rispose: «Non abbiamo soldi ma abbiamo tanta credibilità e per questo le banche hanno fiducia in noi». L’altra figlia Deanna invece, ci racconta che quando, durante dei lavori al circolo, Ermete subì un incidente ferendosi ad una gamba, tutti gli dicevano di denunciare il fatto all’assicurazione per rimborsi o quant’altro, ma lui, per la paura di recare danni alla sua Casa del Popolo non denunciò mai, anche se quell’incidente ebbe su di lui brutte conseguenze per tutta la vita.

Ermete lasciò la sua famiglia e la sua Casa del Popolo in un caldo giugno del 1984 a soli settant’anni. Per il “grande ritorno” si dette appuntamento con un famosissimo politico italiano, anch’esso eroico della Resistenza e grande uomo di sinistra. Si chiamava Enrico Berlinguer.

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