Fotostudio Imago – più di 30 anni di attività

Fotostudio Imago – più di 30 anni di attività

di Marco Bagnoli

settembre 2015

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Abbiamo incontrato i tre soci del Fotostudio Imago, Nicoletta e Cristina, le due sorelle, e Sandro, per farci raccontare il loro mestiere di fotografia industriale.

Nicoletta, da quanti anni esiste lo studio e chi è stato il fondatore?

Sono 33 anni; è nato a Quarrata al numero quattro di via della Madonna nel febbraio del 1982 su iniziativa di Alberto Guidi, fotografo, e il mio ragazzo di allora. Ci occupavamo già allora di fotografia industriale, cioè di quel tipo di foto di cui si servono le aziende per rappresentare la propria produzione – nel nostro caso, ovviamente, salotti e arredamento in genere. Lui era appunto il fotografo mentre io mi occupavo degli allestimenti e di tutto quello che esulava la macchina fotografica – aiutante, dattilografa e segretaria; per i tempi del lavoro e per l’attività frenetica dell’epoca c’era veramente troppo da fare per una persona sola. Purtroppo, poco tempo dopo aver avviato l’attività, Alberto si ammalò seriamente e venne a mancare il sedici gennaio dell’84.

Imago-2-È a questo punto che Cristina viene a darti una mano?

Esatto – l’idea generale era di lasciar perdere tutto e chiudere l’attività, anche perché già esistevano degli studi fotografici che operavano nel settore da molto più tempo di noi. Tutti mi consigliavano di tornare al mio lavoro di maestra elementare. Invece, un po’ per il ricordo di Alberto, e grazie soprattutto all’insistenza di nostra madre, Cristina venne in mio aiuto – senza avere alcuna capacità più di me, sia ben chiaro! Un sincero ringraziamento dobbiamo farlo ad un nostro amico fotografo di Bonelle, Giovanni Marcone: per lungo tempo noi due allestivamo il set convocandolo a lavoro finito per il click “professionale”. Lui veniva, sistemava le luci, scattava e se ne andava – tutto in amicizia; questo fino a che non siamo state autonome nel poter scattare da sole. Poi andai a seguire un corso di due settimane in Svizzera per assimilare quanto meno le basi della macchina fotografica a banco ottico, un tipo di macchina basata su un controllo numerico dei parametri, quindi a fare bene i conti non c’era verso sbagliare. A quel punto l’unico problema, e non da poco, era quello dell’illuminazione – e questa è un’arte che non s’impara in un corso. Comunque con una luce avvolgente standard le cose sembravano funzionare, o almeno i clienti erano soddisfatti. Noi eravamo molto brave a curare la parte scenografica, avevamo delle convenzioni con dei negozi di Quarrata per l’oggettistica, e ancor oggi è un parte del nostro lavoro molto importante, perché suggerisce la resa reale del mobile nell’ambiente.

Imago-3-È per questo che entra in scena Sandro?

Io arrivo nell’85, dopo circa cinque anni di esperienza presso il foto studio Carnicelli; stavano riqualificando il personale e così decisi di sentire un po’ in giro. Facemmo un periodo di prova, ma ero già una persona qualificata – infatti di lì a poco il Fotostudio Imago di Nicoletta divenne una snc a tre. Dopo circa dieci anni è arrivato un ragazzo, Gionathan, e Cristiano cinque anni dopo, assunti come dipendenti. Eravamo più o meno all’epoca della prima ondata digitale, e infatti gran parte delle loro mansioni ha accompagnato la transizione dall’analogico tradizionale al digitale, che poi negli ultimi anni si è evoluto al punto da superare la qualità dell’analogico.

Com’è cambiata la Quarrata industriale in questi trentatré anni, dal punto di vista del vostro osservatorio, anzi, davanti al vostro obiettivo?

Ci siamo trovati a lavorare in un settore strettamente connesso a quello del mobile: infatti in tutta la Toscana, l’azienda dell’arredamento si è trovata nella necessità di ricorrere alla fotografia industriale per promuovere e far conoscere i propri prodotti – a differenza dei rappresentanti di biancheria o di scarpe, che un campionario con l’oggetto potevano sempre portarselo dietro. Il mobile per esser venduto dev’esser visto – è per questo che nella sola Quarrata negli anni Ottanta eravamo in cinque, e qualcuno lavorava anche fuori città. Inutile dire che dagli anni novanta agli ultimi periodi, la china è stata drammatica per tutti, anche per noi. Sono finiti i tempi in cui mancava il tempo materiale per il potenziale di lavoro che c’era.

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