Qui gatta ci Covid

Qui gatta ci Covid

di Carlo Rossetti

giugno 2020

L’Italia è un Paese dalle mille sfaccettature e perciò difficilmente definibile con un giudizio sbrigativo. Ma l’impressione è quella di centinaia di migliaia di persone che, “indossata” l’automobile, vanno ogni giorno incontro alla vita, presi dal proprio ego e intenti ad agire quasi esclusivamente per fini personali dimenticandosi del vicino. La comunità, il valore dell’amicizia, il piacere di una vita sociale condivisa, sono concetti che pare non facciano più parte del nostro animo umano. La solidarietà è un optional. Il sentimento patriottico è un valore desueto che trovava i suoi propugnatori, nei maestri delle scuole del Ventennio. Si insegnava: Dio, Patria e Famiglia. Ora, un atteggiamento antiretorico e una certa cialtroneria, ci hanno fatto dimenticare questi tre ideali.

Eppure, quando succede qualcosa di eccezionale, un’emergenza per calamità naturali, sappiamo ritrovare il senso di comunità, di partecipazione e la voglia di esserci anche per gli altri. L’abbiamo visto con il ponte di Genova, con le varie alluvioni che sempre più rendono critica la vita di paesi e città, insieme ai terremoti ed ora con il coronavirus, come il sentimento di fratellanza, di partecipazione e di coesione emerga con tutta la sua forza. Ed è in questi frangenti che scopri un altro tipo di italiano, come se uno squillo di tromba ci abbia chiamato tutti a raccolta e noi eccoci pronti. Prendete ad esempio i medici e gli infermieri che lottano con tutte le loro forze senza riposo e a rischio della loro incolumità in prima linea ogni giorno; tutto il personale delle ambulanze, delle forze dell’ordine e di quanti a vario titolo si prodigano per cercare di uscire da questa difficile emergenza. A tutti loro va il sentimento di riconoscenza. In questo momento si riescono a fare cose che in tempi di normalità richiederebbero chissà quanto tempo. Vediamo a esempio l’allestimento di nuovi ospedali per rispondere all’urgenza di continui ricoveri. Nel giro di dieci- quindici giorni ecco pronti nuovi reparti per la terapia intensiva, nati quasi per incanto. Non sembra vero che gli italiani siano gli stessi che hanno costruito l’autostrada Salerno – Reggio Calabria e tante altre opere iniziate e mai finite. Ma tant’è.

E in questo clima riaffiora lo spirito italico, che sembra voglia rispondere al virus oltre che con l’ausilio della Scienza, con momenti di esaltazione collettiva, inscenando concerti improvvisati dai balconi, dove l’Inno di Mameli rimbalza da un condominio all’altro, oppure mostrando cartelli inneggianti a un futuro migliore, perché ora, per dirla con Eduardo De Filippo, Addà passà ‘a nuttata. Poi si dice sarà meglio di prima e che ci vorremo finalmente bene; che la vita sarà ispirata più a un atteggiamento meditativo che alla corsa frenetica. Forse rivedremo anche le lucciole. Speriamo, sarebbe veramente bello. E il risveglio canoro che in un primo momento può sembrare perfino fuori luogo, dimostra la voglia di farcela, di rinascita e il bisogno di dissimulare l’intimo smarrimento. A ciò si accompagna la nostra ironia, mai sopita, che ci mostra persone a spasso nonostante il divieto, che tengono a guinzaglio un cane frutto della propria fertile invenzione, che spacciano per vero nella speranza di cautelarsi da possibili contestazioni dell’Autorità. Oppure colui che porta un cerchio con un raggio di un metro intorno alla vita per mantenere la distanza necessaria dagli altri.

Ma accanto a questi innocui personaggi con un alto tasso di fantasia, rispunta gente disonesta per la quale non si può usare l’aggettivo di furbetti, che sarebbe come un buffetto sulla guancia, perché invece si tratta di elementi privi di freno morale che approfittano del tragico momento per compiere atti truffaldini, al pari degli sciacalli che si muovono tra le macerie di un terremoto. Tanti gli squallidi personaggi che riempiono la cronaca marginale al coronavirus: da chi specula sulle mascherine, a chi cerca di fare sgombrare interi condomini con annunci di diffusione all’interno del virus, per poi entrare indisturbati e provvedere a una particolare ”sanificazione”, a quelli che muniti di cartello al collo comprovante l’appartenenza al Sistema Sanitario Nazionale, si presentano alle case per invitare a fare il tampone per chi voglia conoscere di essere contagiato o no. Il tutto per una modesta somma a titolo di rimborso spese. Vista la paura che esiste verso questo nemico sconosciuto, la richiesta fa breccia nell’insicurezza del padrone di casa, in genere un anziano. E qui ci sia consentito di scendere con l’argomento un po’ terra terra, per meglio rendere il concetto. Nel caso di riuscire a cogliere sul fatto queste persone, che secondo noi, al di là del fermo o dei domiciliari, anche loro andrebbero soggetti al tampone. Non da effettuarsi nella maniera tradizionale, ma utilizzando altri strumenti e altra modalità. Una volta fatto accomodare l’interessato in ambulatorio, chiedere: «Per cortesia può tirarsi giù i calzoni? Ecco… si pieghi in avanti così, ancora un po’… basta. Ora stia fermo». Quindi…

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