Noi “io” ma “Noi”

Noi “io” ma “Noi”

di Massimo Cappelli

settembre 2020

Ammesso che non abbiate fatto come gli islamici che sfogliano i giornali al contrario rispetto a noi occidentali, forse avete anche letto, all’inizio, l’editoriale del nostro direttore Giacomo Bini: “Il doppio di sei…”. Vi confesso che per questo numero, pur essendo “alle porte co’ sassi” non avevo idea di cosa scrivere; leggendo quello che ha scritto Giacomo, però (perché io ho il privilegio di leggere prima di voi) mi è venuta l’ispirazione e voglio, pur non ritenendomi alla sua altezza, proseguire con i suoi concetti.

Mi è piaciuto molto che abbia chiamato la nostra rivista “album di famiglia”. Se andate sul portale noidiqua.it e fate una ricerca per esempio su un personaggio conosciuto della vostra città, è quasi certo che lo troverete, perché in questi tredici anni abbiamo sicuramente parlato di lui. Le piccole comunità come la nostra sono vere e proprie “grandi famiglie” e la funzione del nostro giornale è proprio quella dell’album. Ma non solo, NoiDiQua è anche divulgatore e custode di storie, di persone, di curiosità, di avvenimenti, e di quanto è successo o succede nel nostro territorio. L’intuizione del compianto direttore Giancarlo Zampini, al quale Giacomo fa riferimento e del quale ne è degno erede, è proprio questa: divulgare e approfondire le storie locali e dare spazio alle persone semplici, perché è proprio nella semplicità che si trova la grandezza, e moltissime di queste persone meritano di essere raccontate per aver fatto qualcosa di buono.

L’essenza di ciò che il direttore scrive credo riconduca alla “condivisione”. Ho compreso fin da bambino il significato di questa parola poiché nelle nostre campagne era addirittura un metodo di lavoro. L’usanza veniva dall’immediato dopoguerra quando la mancanza di denaro diede origine ad una sorta di unione, una “solidarietà rurale” fra i contadini (come ricordavamo giorni fa con la signora Dea Mantellassi) che per molto tempo si sono aiutati a vicenda negli eventi stagionali come la vendemmia o la battitura del grano; faticose giornate lavorative che però finivano sempre con una festa e un successivo banchetto per cena. Oggi tutto questo si è perduto, prima di tutto perché non esistono più i piccoli poderi a conduzione familiare, poi perché le grandi aziende agricole usano sempre maggiormente la tecnologia, e quando hanno bisogno di mano d’opera, anche a causa di restrizioni di legge, sono costretti a contattare le agenzie interinali. Pare però che la star internazionale Sting, che ha una tenuta dalle parti di Incisa Valdarno, faccia pagare (dicono) centosessanta euro a persona a tutti coloro che vogliono andare da lui a vendemmiare. Ma come sarà cambiato il mondo! Ma a parte Sting, che del resto vende un’esperienza, questo inaridimento sociale credo sia dovuto in gran parte all’arricchimento derivato dal boom economico iniziato qualche decennio fa: più denaro uno possiede, più è in grado di cavarsela da solo, questa perlomeno è la credenza. Oggi prevale il pronome personale singolare “io” rispetto al plurale “noi”. Con la crisi dell’ultimo decennio però, ci stiamo ritrovando tutti, ahimè, più poveri e più soli, e con questa ultima emergenza Covid-19 è piovuto sul bagnato. Speriamo quantomeno che questo riesca a far rinascere il senso di condivisione.

Per cercare di esprimere il cambiamento degli ultimi decenni mi tocca a trovare un’altra metafora che rappresenti la vita e la società e forse devo cercarla nel teatro. Infatti, se prima ho descritto la comunità come una grande famiglia, questa potrebbe essere vista anche come una grande compagnia teatrale. Diciamocelo francamente, certi ambiti come per esempio le interrogazioni scolastiche, le relazioni di lavoro e anche la convivenza sociale (per esempio quando si ha a che fare con soggetti difficili) hanno bisogno, al fine di raggiungere buoni risultati, di una sorta di recitazione. Alcuni giorni fa, parlando con l’amico e cliente Gilberto Ballerini ad un certo punto, proprio con l’intenzione di paragonare il teatro alla vita, mi ha detto: «Vedi, ci sono i teatri e i teatrini: i primi sono composti da persone, fatte di carne e sangue, che parlano e si muovono, agiscono, interpretano e interagiscono. Nei secondi invece ci sono solo marionette di legno o di cartapesta, queste, animate da qualcuno più in alto che muove i loro fili e dà loro la voce».

«Siamo tutti dei grandi attori sul palcoscenico della vita», diceva Pirandello (mi pare), massima sicuramente azzeccata ed evergreen. La vita è un palcoscenico dove siamo tutti in scena ad interpretare commedie e drammi senza però conoscere il nostro regista, e il passaggio da “teatro” a “teatrino” è quasi impercettibile. Siamo tutti protagonisti nello spettacolo della nostra vita, certo, ma siamo anche troppo influenzati dai mezzi di comunicazione di massa ai quali siamo costantemente connessi, che nell’oblio ci fanno fare considerazioni, scelte e azioni, studiate e pianificate da qualche “regista” lontano, a discapito della razionalità e del libero pensiero. Proprio come delle marionette con la testa di legno. Ma il bello è che i fili c’è li muoviamo da soli, magari condizionati da un influencer che indossa un abito, si mette un profumo, che guida un’auto, o che va in vacanza in una determinata località.

Ma tornando al “doppio di sei”, che come dice Snoopy è “siamo”, prendendo esempio dalla missione di questa nostra piccola rivista che, come asserisce giustamente il suo direttore, divulga piccole storie individuali coltivando il senso di comunità, io credo che al di là del proprio interesse individuale, ognuno dovrebbe usare di meno il singolare “io” e usare di più il plurale “noi”.

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