Tempi moderni

Tempi moderni

di Carlo Rossetti

settembre 2017

E’ vero che l’avvento dell’era tecnologica ha cambiato usi e costumi, reso la vita più facile offrendo nuove possibilità, ma è altrettanto vero che sotto certi aspetti l’ha abbastanza complicata. Prendiamo ad esempio l’uso che si fa di macchinette per il pagamento di ticket, pedaggi e altre prestazioni, dal momento che non è più previsto l’addetto alla riscossione.

Basta una qualsiasi barriera autostradale, per mettere in difficoltà un’automobilista che non ha un rapporto abituale con le grandi arterie. Perciò, arrivato al casello, deve individuare in tempi rapidi le piccole operazioni da fare. Intanto, “la fa corta”, nel senso che, non essendosi portato a una distanza necessaria per operare, deve sporgersi il più possibile con il braccio e, se è il caso, aprire anche lo sportello. Questo è il primo contrattempo che lo mette in agitazione. Poi un’occhiata al pannello ed individua tra le varie feritoie quella che secondo lui è l’entrata del biglietto, lo infila, ma si rende subito conto che ha imboccato quella per la carta di credito. Introduce il biglietto da altra parte e finalmente arriva sul display l’importo da pagare, 3 euro e 50. Prende le monete e cerca di infilarle in un ingresso dove è scritto qualcosa che non riesce a leggere, ma appena due secondi dopo, il tintinnio di monete di ritorno, gli fa capire di avere sbagliato. Intanto alle spalle si è profilata la sagoma di una macchina, poi un’altra ancora. E’ a questo punto che l’automobilista entra in tilt; quello che sarebbe riuscito a fare senza l’incombere di macchine alla spalle, pur sempre a fatica, diventa ancora più difficile. In più, colui che è in coda in attesa del suo turno, segue il rituale proprio degli automobilisti insofferenti: dà il primo colpo di clacson in attesa di dare il secondo da lì a poco. Il richiamo sonoro invece di affrettare l’operazione, ne rallenta l’esecuzione, per l’impatto negativo che ha sul destinatario. Finalmente l’operazione ha termine, la sbarra si alza, ma quando la macchina sta per ripartire, il motore si spenge per lo stato di agitazione in cui ormai si trova il conducente. Rimette in moto e poi via. Questo è un esempio di una situazione che molti di noi hanno avuto modo di constatare o di vivere.

Altro esempio: è prassi nelle banche, negli uffici pubblici di firmare su una macchinetta dalla superficie lucida, che presenta la stessa difficoltà che incontreremmo se avessimo i pattini sul ghiaccio e non sapessimo pattinare. Non si riesce a controllare la mano sul piano che scivola e alla fine della nostra firma resta soltanto un intreccio di segni, che non rivela la nostra identità. E pensare che coloro che appartengono alla generazione di chi scrive, hanno riempito quaderni e quaderni di “palini”, prima di riuscire a vergare il proprio nome e cognome. Perciò la propria calligrafia, brutta o bella che sia, finisce per essere un semplice sgorbio.

Comunque c’è di peggio. Se fino a ora siamo stati nel campo dell’ipotesi, di quello che presumibilmente può succedere, adesso di ciò che riferiamo, il pagamento del ticket presso una sede Usl, ne siamo stati testimoni. Ci siamo resi conto quanto una banale operazione sia diventata un fatto da coinvolgere diversi utenti contemporaneamente, senza che nessuno riuscisse a seguire la strada giusta. Anzi l’intervento di ciascuno non faceva altro che complicare la cosa. Diverse mani protese verso il monitor e la bottoniera; il display offre poche possibilità di pagamento che va fatto esclusivamente con carta di credito e quindi la tessera sanitaria. Ma quale delle due per prima? Il tentativo iniziale dà un risultato negativo. Una signora che sembra ne sappia un po’ più degli altri s’intromette: «Signora, mi scusi, ha fatto passare prima il foglio di prenotazione? Se la macchinetta non acquisisce il documento, non procede nell’operazione». «Ah! non lo sapevo» e la signora immette nell’apposita fessura il doppio foglio che ha in mano, ma ahimè! il foglio si arrotola non appena imboccato il passaggio. «Signora mi scusi di nuovo, deve far passare un foglio alla volta, altrimenti vede cosa succede?» «Sì, ha ragione, grazie». La donna riprova e i fogli passano. «Ecco, vede, a questo punto, strisci con un dito sullo schermo e le verrà detto cosa deve fare». Una mano, che non è quella dell’interessata, appare da dietro e s’infila nel gruppo, pronta a dare aiuto alla signora. Oramai è diventato un fatto collettivo, poiché ognuno, a turno, dovrà compiere la stessa operazione. Intanto il display ha evidenziato la scritta “conferma”, ma nessuno capisce cosa ci sia da confermare. Un signore che finora è stato in disparte, allungando il collo ogni tanto, si sente autorizzato anche lui a intervenire. «Fossi in lei, proverei a mettere anche la tessera sanitaria, non si sa mai, fosse quella che impedisse di procedere». Detto fatto. Finalmente inserita la carta di credito e l’importo da pagare, ecco l’ordine di digitare il PIN. L’utente digita il numero segreto mentre gli astanti fanno finta di non guardare. Ma la signora sbaglia anche per la pressione che ha alle spalle. Allora il signore di prima intuendo l’impaccio, chiede a tutti di tirarsi indietro per dare tranquillità alla signora. E in effetti la donna recupera mentalmente il numero e finalmente la macchina partorisce il sospirato ticket. Ringraziamenti, sorrisi e sotto un altro. E’ comunque passata una buona mezz’ora. Lì accanto una macchinetta per la prenotazione non riesce a rilasciare il numero. Su un lato, c’è una pinzetta legata con un filo come le biro agli sportelli delle banche e della posta. La pinzetta ha lo scopo di incunearsi nella feritoia per cercare di afferrare un lembo del “riottoso” tagliando in un’operazione che evoca un parto fatto con il forcipe.

Tornando alla signora di prima ora si sente più sicura di sé, ha superato un esame che accresce la sua autostima, anche se è il frutto di un lavoro di équipe. Telefona a casa per partecipare la notizia, ma la gioia che l’ha fino a ora pervasa sfuma appena arriva all’ambulatorio del medico, sapendo che è già andato via. Dopo un attimo di smarrimento e di irritazione, pronuncia con enfasi una frase ormai consueta che contiene un incontrovertibile verità: «Andava meglio, quando andava peggio» e se ne va sculettando nervosamente.

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